La contrada dell'Oca e la sua storia

La tradizione segnala numerosi atti di valore militare compiuti dagli uomini di Fontebranda già nella battaglia di Montemaggio (1145) e in quella di Monteaperti (1260) alla quale avrebbero partecipato 356 dei suoi armati. Girolamo Gigli, fondandosi sulla memoria tradizionale, attribuisce a queste truppe, le quali tenevano le loro riunioni nella chiesa di S. Antonio Abate, l'insegna dell'Oca bianca in campo verde.

 

Non era inconsueto nel Medioevo usare questo vessillo per il richiamo guerresco che il simbolo dell'Oca conteneva, essendo noto che l'animale sacro a Giunone aveva chiamato alla battaglia i Romani contro i Galli.

 

È certo che del “popolo” di S. Antonio (aggregazione indicata sia per l'imposizione fiscale sia per la difesa territoriale) fa menzione dal 1226 la Biccherna. È assai probabile perciò che da XIII secolo la chiesa parrocchiale servisse per i raduni della compagnia militare di S. Antonio, che riuniva gli uomini di Fontebranda. È provato che ciò avvenisse nel XIV secolo: il 7 aprile 1365 compare infatti nelle carte del Consiglio Generale di Siena il “Capitano della Compagnia di S. Antonio”, cui sono affidate 50 lire per il restauro dell'edificio. Nel 1336 tra gli “allirati” senesi (cioè tra i soggetti alle imposte) figura un elenco completo delle famiglie di “Sancto Antonio”. Esse ormai costituivano evidentemente un nucleo rionale ben preciso, fornitore di imposte e di armati. Una caratteristica questa in grado di cementare fortemente la popolazione residente.

 

C'è da notare, infine, nel 1398, che l'altra “compagnia” che formerà l'Oca, quella di S. Pellegrino, appartenente al Terzo di Città, venne inclusa nel Terzo di Camollia. Ciò rese possibile quindi unirla a S. Antonio (e questa fu probabilmente la ragione dello spostamento). Sta di fatto che nel 1424 i due capitani delle compagnie di S. Antonio e S. Pellegrino presero una comune iniziativa proponendo di erigere un edificio in memoria e lode di Caterina, e per questa finalità venne nominata una commissione di cinque incaricati; ma la costruzione non fu mai realizzata. È tuttavia importante notare come le due compagnie si muovessero assieme, almeno dal 1424, anche se il passaggio di S. Pellegrino al Terzo di Camollia nel 1398 ci fa supporre che tale attitudine fosse anche più remota.

 

Non molto tempo dopo incontriamo Fontebranda per il palio dell'Assunta e per il giuoco che si faceva in quell'occasione. Nella festa dell'agosto 1441 alla “compagnia di Fontebranda” il Consiglio generale di Siena e il Concistoro assegnarono 16 lire per “certum festum et ludum” per il Palio. Si trattava di un gioco da fare in piazza del Campo, organizzato da una contrada, probabilmente una “caccia” o una “pugna”, con relativa “comparsa”. È la prima contrada quella di Fontebranda che appare nei documenti ufficiali con questa finalità del gioco, e la sua esistenza nella prima metà del quattrocento viene così provata. Si parla di contrada di Fontebranda e non di Oca, ma i due nomi verranno a lungo usati senza distinzione, per indicare la medesima aggregazione.

 

Emerge ancor più netta dai documenti la “contrada di Fontebranda”, quando nell'aprile 1464 gli uomini “de le coste e contrada di Fontebranda” chiesero al Comune di acquistare la casa dove nacque la Santa per trasformarla a proprie spese in oratorio.

 

Nella festa che si fece a Siena a dì XV di agosto MDVI, gli uomini dell'Oca chiusero la sfilata che si fece prima della caccia, conducendo davanti a loro un orso ammaestrato guidato dal novantenne Sano del Barbeca, di professione “cerbolattaio”, cioè conciatore di pelli di cervo, il quale abitava almeno dal 1453 nel “popolo di S. Antonio”, con un imponibile da operaio, era quindi un uomo del popolo. Alla testa della schiera di Fontebranda incontriamo Bernardino Tancredi, appartenente a una ricca famiglia del “popolo di S. Pellegrino”, con alti imponibili dal 1498 al 1509.

 

Da un atto del notaio Giulio Nerini del 3 agosto 1525 sappiamo che Guido Bandinelli, gonfaloniere del Terzo di Camollia, Camillo di Angelo, canonico del Duomo, Preziano di Niccolò Costanti con altri cinque della “Compagnia del Ocha” giurarono che non avrebbero più preteso con la forza innovazioni su “la precedentia per la festa di Santa Maria di agosto in lo andare li cacciatori per onorare la dicta festa”. La bandiera spiegata era quella descritta nel 1546, “tutta verde con fregi d'oro con dentro un'oca d'argento”, l'insegna di battaglia di S. Antonio cui furono poi uniti i colori bianco e rosso di S. Pellegrino.

 

Quando truppe papali e fiorentine giunsero fin sotto le mura della città, a Porta Camollia, e posero l'assedio, mentre Andrea Doria si presentava con otto galee sulla costa della Maremma, il 25 luglio 1526 i senesi fecero una sortita da Porta Camollia e da Porta Fontebranda, da cui uscirono ben novecento armati (altri dicono quattrocento) della “compagnia del Ocha”, comandati da Alessandro Politi.

 

L'insegna dell'Oca, già usata nelle bandiere, fu materializzata in una “macchina”, per la partecipazione alla caccia ai tori, proprio nel 1536, nel palio e nella festa tenuti alla presenza di Carlo V.

 

Nel 1546 poi “comparve” in Piazza – secondo la cronaca di Cecchino cartaio – con ben “130 giovani” (di gran lunga la schiera più folta, le altre erano di 60-80 persone) vestiti di bianco “con banda verde”; il capocaccia  era vestito di rosso; la loro bandiera era “tutta verde con fregi d'oro” con dentro “un'oca d'argento” e conducevano “una gran macchina in forma d'oca bianca”.

 

La fama di Fontebranda era riconosciuta dagli stessi occupanti spagnoli. Questi infatti nel 1552, sentendo avvicinarsi la rivolta, pensarono di indebolire la resistenza della città scacciando i migliori combattenti. Visto che si preparava l'insurrezione, il capitano della guarnigione chiese che gli si “lassasse cavar fuori dalla città tutta la gioventù di Fontebranda, per esser loro tutti armigeri e di valore, per diminuire di forze quelli che stavano dentro”.

 

Nella cronaca del lungo assedio, fatto di sortite e scaramucce, la contrada di Fontebranda compare nelle uscite rischiose, come nel giugno 1554 quando Piero Strozzi tentò la sortita e più tardi quando uscirono in massa “tutti li Fontebrandesi”. Non sappiamo i nomi di questi popolani perchè nelle cronache si riportano solo quelli dei gentiluomini, come era costume. È notevole tuttavia che di alcuni siano giunti oltre che le gesta anche il nome, come quel Cencione di Fontebranda che con i suoi figli ed altri armati uscì a “scaramucciare” contro gli imperiali e “ne ammazzò assai”.

 

La dizione “contrada dell'Oca” e “contrada di Fontebranda”, anche nei documenti ufficiali, e anche nello stesso documento, è, almeno fino al 1602, costantemente usata senza alcuna differenza, come un'identica cosa.

 

Un viaggiatore francese, Pujoulat, ci fornisce, nel 1839, una descrizione perfetta delle “duecento famiglie” che abitavano Fontebranda come un “popolo a parte nella città”, autonomo e fiero delle proprie tradizioni: “Questa popolazione – scrive infatti – rude e povera, si è posta al di sopra di ogni potere costituito, non riconosce che S. Caterina come propria governatrice e come autorità legittima. Gli abitanti dell'Oca formano un popolo a parte nella città, hanno dei capi ed è con essi che tratta il governatore di Siena”.

 

Nonostante che il 27 ottobre 1848 l'Oca avesse accolto con grandi onori la Granduchessa, che si era rifugiata a Siena, per sfuggire la rivoluzione, il Tricolore dell'Oca venne sempre più identificato con la causa nazionale. Tra la fine del 1848 e l'inizio del 1849, quando i Granduchi dovettero lasciare anche Siena, per le dimostrazioni ostili che si tenevano nei loro confronti, proprio nell'Oca si costituì il “circolo politico senese”, guidato da Scipione Bichi Borghesi, presidente, e da Salvatore Gabrielli e Gaetano Milanesi, segretari, e frequentato da personaggi come Girolamo Spannocchi, divenuto, da colonnello austriaco, uno dei più accesi sostenitori della causa nazionale. Alessandro Romani, un diarista dell'800 che ha lasciato cronache minute dei fatti del suo tempo, narra che dal 1849 “appena apparsa la bandiera dell'Oca tricolore” subito scoppiavano “molti applausi”, come nel palio del 16 agosto 1849. L'atmosfera divenne incandescente in occasione del Palio straordinario del 21 ottobre 1849. Il cronista dice che durante il corteo storico, cui il Granduca e la famiglia assistevano dal balcone del Casino dei Nobili, vi furono “pochissimi applausi alla Famiglia reale, nessuno alla bandiera dell'Aquila, fragorosi a quelli dell'Oca”. Fu allora che l'alfiere dell'Oca, Daradi (detto Daradà) giunto sotto le Altezze reali, nel compiere la rituale sbandierata si produsse in un'alzata talmente vigorosa da sorpassare la testa del Granduca, il quale seguì il vessillo con gli occhi, alzando ed abbassando la testa come in un saluto.

 

Dopo l'Unità d'Italia tra gli ocaioli emersero figure come Piero Marchetti, collaboratore di Bettino Ricasoli. Era un architetto ed attese nel 1873-74, assieme a Giuseppe Partini, alla ricostruzione della facciata dell'oratorio. L'Oca ebbe tra i suoi protettori Massimo D'Azeglio e più tardi Umberto I di Savoia, ribadendo costantemente nel periodo risorgimentale ed in quello postunitario questa fedeltà ai simboli dell'unità della patria italiana, alla monarchia sabauda, all'epoca risorgimentale. Anche la prima Società di mutuo soccorso senese nacque in Fontebranda, nel 1870 (si chiamava “Società di mutuo soccorso ed istruzione in Fontebranda”, appunto) e confluì poi, con la società dei quindici, nel 1919, nella Società Trieste in Fontebranda (un altro forte richiamo, dopo la prima guerra mondiale, agli ideali patriottici e risorgimentali).

 

La vicenda del Palio, nel novecento, non cambia: è contraddistinta ancora dalla figura di un grande ocaiolo, Ettore Fontani, “il più famoso 'cavallaio' del secolo”, come lo ha definito una pubblicazione recente: “nelle stalle del sor Ettore passarono in mezzo secoli molti dei cavalli e dei fantini più importanti del Palio” perpetuando questo attaccamento a una tradizione e ad una contrada, vivente da oltre cinquecento anni.

 

Antonio Cardini