Il percorso museale e la Sala delle Vittorie

Negli ultimi decenni del XIX secolo, nonostante le condizioni economiche e sociali certamente non favorevoli, nelle Contrade vennero intensificate numerose attività, prima fra tutte quelle di mutuo soccorso, tese principalmente ad attenuare gli effetti della crisi che si riversava su gran parte dei contradaioli (assistenza per malattie, invalidità, disoccupazione, vecchiaia), impegnati, nel caso dell’Oca, ancora in alcune delle attività tradizionali della zona di Fontebranda. Sempre nell’Oca si volle dar vita anche a un sodalizio teso a garantire un minimo di istruzione alla gente di Fontebranda che prese il nome di “Società di mutuo soccorso ed istruzione”.

 

Contemporaneamente le vie della città iniziavano a essere percorse da un numero sempre crescente di viaggiatori stranieri e turisti affascinati da un tessuto urbano originalissimo, in linea con gli ideali dello storicismo romantico.

 

Uno di questi, il celebre Arthur Symons, nelle sue puntuali descrizioni delle città italiane, ricordando la visita a Siena, testimoniò della devozione popolare verso Santa Caterina e dell’intenso vissuto quotidiano della gente dell’Oca, con i ragazzi impegnati ad accompagnare orgogliosamente i turisti nell’oratorio di Fontebranda.

 

Sarà proprio in questo momento, probabilmente grazie anche a una maggiore consapevolezza popolare che vennero progressivamente a formarsi le “stanze” delle Contrade e, grazie alla lungimiranza dei dirigenti ocaioli che già da molti anni sentivano la necessità di provvedere a dei locali adatti alla custodia dei mobili e delle suppellettili della nostra Contrada, il 29 settembre 1901, su progetto di Bettino Marchetti, venne inaugurata la Sala delle Vittorie.

 

Fino ad allora l’unico riferimento era stato l’oratorio e quindi i nuovi locali, fin dal loro nascere, si caratterizzeranno come veri e propri custodi di una originale raccolta di espressioni collettive e popolari, un vero crogiolo di sentimenti, affetti e memorie in grado di riscattare, almeno in parte, la quasi sempre asciutta quotidianità vissuta dai contradaioli.

 

Sarà proprio da questa sorta di archivio dell’anima, attingendo al quale, grazie alla moderna riorganizzazione del nostro museo, gli ocaioli di oggi possono (ri)leggere percorsi, sentimenti e immagini sia individuali che collettive.

 

Questi oggetti-segni intendono infatti soprattutto  rispecchiare amori e rancori, storie e metafore, dubbi e stupori, certezze e illusioni di un popolo orgogliosissimo come quello di Fontebranda.

 

Il percorso di lettura deve idealmente partire dal territorio, con i suoi elementi fondanti come il piano di Fontebranda o il nucleo di Santa Caterina in modo da comprendere il sovrapporsi storico, delinearne l’identità esterna così da poter leggere in modo chiaro anche gli spazi interni da tempo, come detto, adeguatamente riqualificati.

 

Il percorso è articolato in diverse sezioni. Un grande pannello tratto da un disegno seicentesco con il piano di Fontebranda testimonia appunto alcuni dei nuclei di riferimento, ma il vero centro propulsore dello spazio museale è costituito dall’antica tintoria di Jacopo Benincasa, trasformata dagli “habitatori” delle coste di Fontebranda nella seconda metà del XV secolo in oratorio per devozione verso la nostra grande patrona Santa Caterina.

 

La intitolazione “oratorio della tintoria” è tesa a sottolineare adeguatamente il ruolo avuto da questi fondaci o laboratori nella porzione di spazio urbano in cui si è formato il costruito medievale del nostro territorio, strettamente collegato all’Arte della lana già dalla metà del Duecento.

 

Questo segmento del percorso vuole testimoniare la continuità degli antiche mestieri come segno di identità culturale e sociale che ha contraddistinto la gente di Fontebranda impegnata, quasi fino ai nostri giorni, in queste attività lavorative.

 

Vengono infatti rappresentate le tecniche adottate attraverso alcuni pannelli didattici, con gli strumenti e le attrezzature impiegate (telai, aspetto delle botteghe etc.)

 

Tornando alla tintoria di Iacopo Benincasa è interessante sottolineare alcune coincidenze riguardo proprio a questi mestieri e il rapporto con il territorio della nostra Contrada.

 

Nei primi decenni del Quattrocento stava nascendo – ed è uno dei fatti più rilevanti per la città – una vera e propria manifattura dei tessuti di seta, dovuta alla volontà di creare nuovi sbocchi all’economia locale, in modo da sottrarsi alla continua emorragia di capitali che uscivano dalla città per l’acquisto di questi generi di lusso, utilizzati  addirittura anche per la confezione del drappellone per il palio,  presso i maggiori centri produttivi italiani come Lucca e Firenze. Infatti, dopo anni di contrasti e di lotte, soprattutto con mercanti fiorentini, la produzione e la manifattura senese riusciranno faticosamente a crescere, tanto che in un documento del 21 novembre 1461 si parla chiaramente dell’esistenza di una “Università dell’Arte della Seta”, con rettore e camarlengo, che più tardi avrebbe anche raggiunto una propria configurazione autonoma rispetto alla Mercanzia.

 

Come è noto la sede dell’Arte della Lana e della Seta era ubicata ai confini del territorio dell’Oca, mentre i laboratori erano distribuiti lungo le strade di Fontebranda e uno di questi era proprio quella che fu la tintoria di Iacopo Benincasa.

 

Proprio nello stesso anno, il 1461, Caterina fu canonizzata e 1’anno successivo la “Societas Sanctae Caterinae”, formata naturalmente dagli uomini di Fontebranda, iniziò la costruzione del nostro oratorio.

 

Lo straordinario ciclo di affreschi e la statua di Neroccio (descritti in altra parte) sono naturalmente valorizzati in modo adeguato attraverso una esauriente documentazione e una originale illuminazione.

 

Nella Capella della Madonna – a fianco dell’oratorio – sono invece esposti alcuni tra i parametri liturgici più significativi, oltre a un’altra scultura lignea quattrocentesca raffigurante Santa Caterina. Sempre nella Cappella si possono ammirare alcuni oggetti (candelieri, paliotto, ostensori, messale, calice) di uso quotidiano in modo da ricostruire l’allestimento e l’atmosfera di un altare nei secoli scorsi.

 

Attraverso un’apertura nella parete si può quindi entrare nel camminamento che apre su alcuni degli  spazi espositivi venuti alla luce alcuni anni or sono, uno dei quali è stato riservato al patrimonio di oreficeria – peraltro assai cospicuo – soprattutto raccolto per devozione e volontà popolare tra il XVII e il XIX secolo.

 

Sono esposti alcuni oggetti di notevole rilievo artistico come, ad esempio, la croce; stazionale in rame e bronzo dorato, presentata al pubblico per la prima volta alla Mostra dell’antica Arte Senese in Palazzo Pubblico nel 1904.

 

Il crocifisso, di epoca più tarda rispetto al piedistallo e alla croce, è databile agli ultimi anni del Quattrocento ed è probabilmente opera di un orafo senese a conoscenza dei modi di Lorenzo Vecchietta e in particolare del suo celebre Cristo risorto del 1476, realizzato dall’artista per l’altare della chiesa del Santa Maria della Scala.

 

Sempre in questa sezione viene presentato il busto reliquiario di Santa Caterina, vero e proprio simbolo della devozione popolare di Fontebranda. Fu commissionato nel 1807 da alcuni contradaioli a Giuseppe Coppini, uno degli orafi più affermati a Siena nella prima metà dell’Ottocento. La spesa sostenuta fu di 1667 lire, 6 soldi e 8 denari, comprensiva del compenso all’intagliatore Luigi Buonanni e al doratore Buonaventura Mori che avevano provveduto a realizzare il basamento in legno con quattro piccole oche ai lati.

 

Il Governatore Vincenzo Zecchini, il 9 aprile dello stesso anno stipulò un contratto con i committenti dell’opera per l’uso perpetuo del busto da parte della Contrada anche se lo stesso doveva rimanere di proprietà dei donatori e degli eredi. I loro nomi dovevano inoltre rimanere affissi per un anno nella sagrestia dell’Oratorio e quindi conservati nell’archivio. Di contro il Governatore impegnò la Contrada per la migliore conservazione dell’opera e alla sua esposizione in occasione della festa e della processione in onore di Santa Caterina.

 

I donatori insieme a tutti gli altri contradaioli organizzarono anche una grande festa per il trasferimento del busto dalla bottega del Coppini alla Cappella della Santa in San Domenico da dove, dopo la benedizione dell’Arcivescovo, nonostante le perplessità dei padri domenicani, l’opera fu definitivamente trasferita in Fontebranda.

 

La sezione ospita inoltre una interessante coppia di candelieri in argento sbalzato della metà del Seicento venuta in. possesso della Contrada solo agli inizi del XIX secolo, una muta di candelieri sempre in argento con il simbolo della Contrada, opera di Gaetano Macchi al quale si devono anche numerosi altri lavori eseguiti per l’Oca nella prima metà dell’Ottocento, una serie di calici in argento della metà del XVII secolo offerti dai “Signori della Festa”, un pacificale di pregevole fattura dello stesso periodo offerto dalle “Donne e Abitanti della Nobile Contrada dell’Oca”, una corona seicentesca in argento sbalzato, cesellato e traforato che veniva posta sulla testa della statua del Neroccio nei giorni di festa, una pisside, opera di Pasquino Livi (1643), in argento e rame dorato, dono delle sorelle della Congregazione delle Sacre Stimmate di Santa Caterina e altri oggetti di ottima fattura che costituiscono però soltanto una parte del cospicuo patrimonio.

 

Una piccola sezione è inoltre dedicata ad alcune particolari testimonianze come il giubbetto con i colori rosa imposti alla Contrada durante il periodo risorgimentale.

 

Il posizionamento dei drappelloni, con la parte superiore leggermente orientata verso il basso, consente una migliore lettura dei dipinti, ordinati cronologicamente nella Sala delle Vittorie e nelle salette attigue. Essi furono tutti restaurati attraverso una sottoscrizione popolare denominata “adottiamo un cittino” che fornì un eccellente risultato in termini di recupero e di salvaguardia del patrimonio storico e artistico della Contrada.

 

Le singole carriere sono state ricostruite attraverso il supporto di alcuni oggetti particolarmente significativi come le decorazioni con i nomi degli interpreti delle singole vittorie e il recupero di alcune teche intagliate e dipinte agli inizi di questo secolo.

 

In luogo di una fascia affrescata lungo le pareti da Pietro Loli Piccolornini, raffigurante gli stemmi di famiglia degli ocaioli che contribuirono alle spese per la edificazione della Sala delle Vittorie nel 1901, distrutta durante i vari restauri subiti dal locale, Cesare Olmastroni ha realizzato una decorazione con una nitida araldica della Contrada e delle sue compagnie militari.

 

Ancora una testimonianza di arte contemporanea è costituita da un possente cavallo in legno dipinto, scolpito da Angelo Barcella, il quale con rara sensibilità seppe  interpretare la forza e la dignità di un barbero sceso vincitore tra il popolo di Fontebranda.

 

La bella luce della Sala delle Vittorie proviene invece dalle caleidoscopiche rifrazioni delle vetrate ideate da Ezio Pollai e realizzate da Marisa Casale i quali riuscirono  a fermare, come in un fotogramma, il delicato e impalpabile movimento di una bandiera dell’Oca.

 

Nella zona superiore; alla quale si accede attraverso un collegamento, sono sistemati costumi e bandiere, tra cui quelli con gli sgargianti velluti disegnati da Federigo Ioni nel 1928 e quelli disegnati da suo figlio Fiorenzo nel 1955.

 

Un bellissimo soffitto decorato a tempera da Ezio Pollai, ripercorre invece  con grande efficacia la suggestiva e complessa vicenda storica della nostra Contrada. Questo ambiente è dedicato a noi stessi, alla nostra memoria collettiva ed è stato concepito come una sorta di salotto della memoria. In  realtà questo locale, dedicato all’indimenticato Ettore Fontani, deve essere inteso come un luogo dove la “memoria permanente è basata sulla identità tra momento espositivo e riconoscimento affettivo”.

 

Esso  potrà infatti essere  percepito come una vera e propria “proiezione dell’anima” di ogni contradaiolo dove è possibile cogliere appieno quell’intensità di affetti e di legami che hanno sempre caratterizzato la gente di Fontebranda. Vi sono esposti cimeli, foto, trofei, dipinti - qualcuno di buona qualità come quello del “dilettante di genio” Massimo d’Azeglio il quale, durante una sua visita, donò alla Contrada una delle sue vedute idealizzate della natura -, ritratti (Mamassino, Valentina Pocaterra, Duilio Bani, Ettore Fontani, Massima, Emanuello Pannocchieschi d’Elci e molti altri), mobili, sete, velluti, stemmi e quanto altro ha potuto alimentare questo patrimonio collettivo.

 

Non è però  solo una lettura di memoria; il “salotto” continua a svolgere il proprio compito originale: raccogliere le idee migliori attraverso il contributo di tutti, in modo da consentire agli ocaioli di continuare quel gioco intrecciato tra storia, coscienza e futuro ed individuare con fantasia le possibilità interpretative della città e della Festa.

 

Enrico Toti